...prenderne la forma nella logica dei poteri (appena segreti) che le governano. Tutte le motivazioni interessate ad una critica razionale (di ordine politico, sessuale, socio-economico, socio-culturale, ecc.) possono essere qui riunite in un solo istante con le loro contraddizioni più forti, ed è sempre il gioco che ha la meglio in Marcello Pietrantoni, il gioco con la sua violenza, I'odio che esso genera nei rapporti di forza, con l'humour ancora acerbo, ora addolcito: i limiti dello "spettacolo" visivo saltano, la morte nascosta ossessiona la nostra lettura, la reciprocità dello scambio è ormai legata a un filo sempre minacciato dalla violazione ripetuta della norma.

Vi è certamente un abuso di potere mentale nell'approccio di Pietrantoni, ma tale abuso non è forse nella natura stessa del gioco dell'artista? Il gioco più organizzato, più dominato dalla norma si accompagna sempre a questo gioco totale che i valori etici della pratica ludica mantengono entro i limiti del simbolo. Al di là di tutte le simulazioni che sono in gioco in questo contesto (poiché il disegno di Pietrantoni non è che il simulacro della rappresentazione), la simulazione totale nella distruzione di ogni riferimento resta latente.

Nel gioco pietrantoniano lo scambio reciproco è portato fino ai limiti della distruzione dell'Altro (il pubblico); ecco perché l'artista sa simulare la morte con tanta finezza: la morte è nello stesso tempo la posta e il non detto del suo gioco.
Allora, direte voi, in che modo questo gioco grafico, questo puzzle visivo organizzato del disordine può raggiungere la funzione sociale di linguaggio, se trascina nella simulazione infinita la fine di ogni rappresentazione?

Più verità, più distanza: il calcolo scaturisce dal gioco di Pietrantoni stesso, la sua tecnica gli è inerente, non dipende né dalla norma né da un consenso collettivo istituzionalizzato.
Non si tratta più di giocare con la morte, ma di giocare la morte e di prendersi gioco di lei. In Pietrantoni la dimensione funzionale del gioco è l'oggetto del simulacro. In altri termini - come ha notato Umberto Eco - Pietrantoni ci proibisce di giocare per procura, come abbiamo sempre fatto da Socrate e da Cristo. Delegando all'altro il potere di giocare al nostro posto, l'attrattiva del gioco risiede in uno spettacolo il cui valore è puramente simbolico poiché è la rappresentazione di uno scambio che ci riguarda solo per sostituti.

Più verità (o giustificazione) funzionale nel gioco di Pietrantoni.
Il gioco che ci propone si burla di ogni riferimento, e in primo luogo di tutti quelli che simula. Il gioco pietrantoniano attinge le sue possibilità nel non senso e si traduce nella condanna a morte del valore. Diversamente dalla tradizione umanista dove la"funzione" del gioco si analizza in funzione del rapporto di opposizione tra reale/irreale, serio/non serio, le immagini ludiche di Pietrantoni non garantiscono il passaggio dalla realtà all'irreale, il loro linguaggio non è assolutamente quello dell'immaginario che trasforma la realtà quotidiana dandole le sembianze illusorie del sogno. Le immagini di Pietrantoni non sono destinate a renderci il reale più sopportabile, anzi. Sono qui per ricordarci che la posta è la morte di ogni riferimento possibile.

Perciò la distinzione tra reale e irreale non è che il miraggio di un gioco razionale ("ragionevole": ecco una parola che si addice poco a Pietrantoni) durante il quale la parodia traduce l'impotenza del giocatore a sconvolgere la norma.
La visione ludica di Pietrantoni non tende a una metamorfosi ironica del reale. Essa non è né reale né irreale, confonde ogni distinzione, disfa costantemente, alla stregua di una tela di Penelope, le norme che elabora.

"11 non serio del gioco consiste proprio nell'imitare in modo molteplice la serietà della vita sulla modalità dell'illusione" scrive Eugen Fink in Il gioco come simbolo del mondo.
Ma come dire se il gioco di Pietrantoni è serio o no se la posta è sempre la morte, simbolica o meno?
In che modo l'artista può determinare il momento della "serietà" se non sospendendo il gioco, vale a dire distruggendo fisicamente la sua opera?
Marcello Pietrantoni è antiumanista. Lo è superbamente, alla maniera di Nierzsche il cui gioco tragico esclude ogni dialettica tra il serio e il non-serio.
Il gioco antiumanista porta alla distruzione stessa del serio, il che costituisce idealmente la giustificazione suprema della funzione deviante nell'arte, la condanna a morte di ogni istanza di riferimento.

Tuttavia, e l'arte contemporanea da Marcel Duchamp a Dada lo ha ampiamente provato, la funzione deviante si esercita in uno spazio circoscritto di gioco: deviazione funzionale, fissazioni semantiche, scoppio, ricreazione. Gli artisti devianti del XX secolo hanno giocato e rigiocato con le parole, i suoni, gli oggetti. Eppure hanno conservato "lo spirito di serietà" legato alla giustificazione funzionale della loro attività distruttrice, della condanna a morte di ogni istanza di riferimento.
Ed è cosi che in Dada la tabula rasa è diventata l'esercizio di igiene mentale necessario alla disponibilità creatrice, alla ricerca libera, a trecentosessanta gradi. Che paradosso, quando si afferma questo desiderio di giocare con le norme del linguaggio e la pratica ludica rafforza le sue proprie norme trasformandole in valori, in riferimenti, in postulati e fuori dalla norma diventa sintassi!
Per il momento Pietrantoni ci fa vivere in pieno gioco nietzschiano, non è per niente al riparo dal pericolo di un indurimento volontarista che lo aspetta al varco, come aspetta al varco molti altri. Carpe diem! 11 gioco sarà prima o poi condannato ad essere una finzione.

Assaporiamo il momento attuale di quest'opera dove il gioco del simulacro raggiunge ancora la libertà dell'aleatorio, la perfetta instabilità dell'essere fuori dalla norma.
E poi? Lascerò la parola ad altri. Il gioco pietrantoniano sarà diventato linguaggio, e non sarà necessario andare a cercare un secondo Hinzinger per esaltare il funzionalismo culturale.

Pierre Restany, novembre 1977