... Dalle profondità dell'immaginario scaturiscono delle forme-pretesti, degli impulsi magnetici, dei segnali alati che assumono a poco a poco il loro peso specifico nel lento risalire della memoria: quando questo magma significante raggiunge gli strati più alti della coscienza chiara, ha compiuto il suo destino formale, la fantasia è diventata semiotica.

La trance più ispirata, il delirio più folle, hanno una fine: s'incarnano in maschere, si sintetizzano in feticci e talismani.

Ciò che Branzi ha intuito, ed era il meno che ci si poteva aspettare dal neo-primitivo degli Animali domestici è la sostituzione in Pietrantoni del rito col progetto, del segreto trasmesso di generazione in generazione con l'empirismo puntuale di un metodo concettuale, della magia con l'antropologia.

Francesca Miglietti nota a giusto titolo che per Pietrantoni ogni opera è la morte di un'esperienza. Certo, ogni opera è la fine del progetto. E questa fissazione del flusso delle angosce, dei fantasmi e dei desideri assume un valore esemplare, tanto più ineluttabile in quanto fatalmente arbitrario.

Ecco perché questo razionale dell'irrazionale, per non cadere nella patetica trappola del fantasma ragionevole dell'insensatezza, è condannato a produrre soltanto archetipi.

In Pietrantoni la filosofia del progetto non è di tipo linguistico, ma di tipo semio-simbolico. In altri termini, l'alfabeto pietrantoniano si ferma alla lettera A e si compone di una moltitudine di A, ossia di lettere che hanno tutte la vocazione iniziale. Gli archetipi hanno un valore totalizzante e di riferimento. Ma rispetto a che cosa? È qui che interviene il metodo, la fenomenologia dei progetto. Questi oggetti, che si presentano in forma di scultura o di rilievi murali, si ricollegano ad un sincretismo di valori tratto dalla grande tradizione occultistica. Un sincretismo che si pone a metà strada tra la metafisica e l'interpretazione letterale-numerica.

Questi oggetti possono apparire a prima vista bizzarri, misteriosi, ironici o crudeli, la qualità della finitura è eccezionale.

La raffinatezza è estrema nella sicurezza del segno e nella padronanza della materia, o piuttosto delle diverse materie: il ferro, il legno, l'ebano, il velluto, il pizzo. La visione d'insieme degli archetipi ci riporta, ancora una volta alla fenomenologia del progetto. Queste opere, per terra o alla parete, assumono la loro autonomia. Vivono fisicamente la loro propria vita.

A metà strada tra il progetto e il prodotto, affermano il loro statuto e la loro vocazione. Sono degli objets plus, portatori di quel supplemento d'anima senza il quale l'arte sarebbe impotente a definire il giusto profilo della qualità della vita.

Pierre Restany, luglio 1988