...e che nel non identificarsi nelle norme di una specifica civiltà, nel non fare semplici pretesti per giochi asfittici di volumi consiste una delle profondità somme del lavoro dello scultore.
Questo da tempo ci ha insegnato Pietrantoni, questa è la coscienza consegnata al secolo circa il fatto che dietro le apparenze di tutti e del tutto stanno funzioni pure, significati ampi e complessi, situazioni d'abisso. Ci avverte a riguardo Cioran in Storia e utopia, che <al punto in cui sono le cose, meritano interesse soltanto le questioni di strategia e di metafisica, quelle che ci inchiodano alla storia e quelle che ce ne strappano via: l'attualità e l'assoluto, i giornali e i Vangeli...>.

Nell'eleggere il fermento nascosto del cosmo a segno decisivo del suo operare, Pietrantoni viene dunque a collidere con le relazioni simmetriche, i rapporti oziosamente binari sui quali si reggerebbe l'universo del visibile; trasformazioni arbitrarie delle forme, pluralità del figurabile divengono in queste opere i nuovi sentieri della percezione, appresi il più delle volte a presenze fantasmatiche o mostri deformati dell'io che hanno preso consistenza di immagine: autentiche forme di idee in sospetto di platonismo, se vogliamo, visto che il mito della caverna di Er e dell'origine arcana delle figure rappresenta uno dei referenti più antichi della cultura dell'artista.

Il quale, da bravo transfuga disciplinare edotto da tempo sull'antroposofia e la Cabala e i misteri e le dottrine spiritualistiche, schierato da sempre contro il comune rappresentazionalismo, infittisce e popola le sue stanze della coscienza non di superficiali affioramenti, bensì, come si è appena accennato, di presenze sostanziali, che fanno tutt'uno con la memoria inquieta del mondo e del mito.
Le esuberanze di derivazione barocca, spesso emergenti sulla superficie non polita di queste sculture, altro non servono che a rilevare gli incidenti del livello atomico dell'esperienza, del livello corpuscolare; là dove invece le seduzioni cosmiche dei valori assoluti resistono in un'immobilità subliminale, in una densa materia di unita primigenie o monadi in fluida danza di assestamento.
Nell'additare cosi, con la pazienza del ricercatore, gli oscuri legami delle forme con la vita universale, si aprono figure e spazi profondi, caricati di una accentuazione mentalistica cosi forte e superiore alle copacità percettive umane da far fuggire all'istante l'osservatore dalla sfera coatta dei dati, dei fenomeni fisici, per attingere appunto quella dei significati.

Ché Pietrantoni stesso è un osservatore assoluto, non soggetto agli sbalzi del relativo, affacciato costantemente sul difficile boccascena metafisico del suo teatro creativo che pure ci costringe a fare i conti con apparenze formali accidentate e oscure.
E' evidente che il punto di partenza resta quello di un infranto sogno di armonia, essendosi il mondo trasformato in una congerie di esperienze incommensurabili, di erratici bagliori, di vaganti vibrazioni del senso. La posta più alta dell'hasard umano sarà comunque diventata non il tentativo di ritrovare l'unità dell'essere, quanto invece il tentativo di lettura della realtà su piani molteplici, scomponendo e ricomponendo il mondo, allentando i gangli delle cose per poi stringerli nei morsetti della personale acribia: ecco allora il mondo schiudere i suoi strati più lontani, le sue faglie telluriche, intarsi ed energia nascosta, reperti di alluvionali caricamenti.

L'intero esserci si svela contrappunto plastico, lotta e torsione inesausta tra grovigli di forme e rigore di prismi; danza tra chine sabbiose e lamine scabre, vicenda enorme e infinitesimale di un flusso che crea le cose nell'istante medesimo in cui le sottrae a se stesse; che rinnova il mondo erodendolo, lacerandolo, deformandolo, costringendolo via via a rinunciare ai suoi sogni di lunga durata per ottenere in cambio onde e attriti, tensioni e cadenze d'inganno, asciuttezza di improvvise rivelazioni. Nel guardare in questa scultura ciò che congiunge e separa storia e natura, illusioni e fenomeni, esterno ed interno, caso e necessità, si dispiega altresì la nostra sete di vedere la ricerca di Pietrantoni attraversare il corpo metamorfico del tempo appunto alla conquista del senso radicale e non effimero delle cose.

Ritorna qui, si avverte d'altronde il senso di alcune fra le predilezioni architettoniche di Pietrantoni, tra Ledoux e Boullée, nel cui vuoto e la possibilità di tutti i pieni, varchi attraverso cui passa la libertà dell'indeterminazione (<noi siamo resi orfani e generati / da questi solidi spazi vuoti>). E ritorna anche la critica corrosiva dell'artista nei confronti della mentalità illuministica, le cui radicali certezze vengono fatte dissolvere alla luce di un elogio paradossale (ma non troppo) di Vittorio Altieri quale rappresentante - in un'antologia personale popolata da Schopenhauer e Meister Eckhart, Viollet-le Duc e Beckett, Soffici e Spengler - di un'evasione anti-logica verso l'Ideale.

Fare cosi del nostro vedere <una dimora assoluta, imperturbabile, nella Possibilità> è insomma l'invito a sognare i sogni sino in fondo, con l'abbandono col quale gli eroi di Stevenson affrontano le loro avventure. Precisamente questo abbandono, questo candore utopico è la speranza allusa da Pietrantoni: forma di felicità creativa possibile solo a chi sappia che, oltre questi sogni, c'e ben poco cui valga la pena di concedere un ascolto; arte del distacco, di operare'senza scopo', di rifiutarsi all'universale dissipazione della bellezza, di ritagliarsi luoghi fuori dal tempo. Per questo la sua arte appare come una sorta di inno alla "virtù che non risplende", invito allo sguardo lento capace di accedere al vuoto che permea tutti i fenomeni e scandagliarne le articolazioni, in un'epoca che "ha disimparato il linguaggio della luce. (von Balthasar).

Nell'approntare dunque questi luoghi nei quali la partenza è il grado zero della sensibilità e l'arrivo (possibile) il fermento inesausto della biologia cosmica, il quantum d'azione dell'invisibile sapienziale, Pietrantoni mostra di offrire i mezzi di riflessione necessari per accostare il viaggio dello sciame delle cose verso l'altro da sé: la barca dell'avventura intellettuale (peraltro una delle figurazioni centrali dell'artista) sta li a ricordarlo, senza salpare realmente ma fermo simbolo di una comprensione del mondo simul et ictu uno.

Marcello Ciccuto